martedì, novembre 01, 2016

Wien Rundumadum terza edizione

Classico arrivo in palestra al sabato sera dopo oltre 16h di gara
Ci sono gare con le quali faccio fatica a capire come mai abbia deciso di presentarmi al via, ma se il DNF (do not finish - ritirato in gara) non fa parte del mio curriculum, dopo una miriade di gare, anche il DNS (do not started - non partito)  mi risulta sempre più indigesto.  Così, con un allenamento in dosi omeopatiche nelle gambe, 3 uscite da 10km e una gara da 8km in 5 settimane, ma sopratutto un dolore al piede che non mi abbandona dal dopo Adamello 180, mi presento al ritiro pettorale di questo Wien Rundumadum edizione 2016, 130Km e 1800 D+ attorno a Vienna. Con Michele affrontiamo la notte in palestra, dove al rientro dalla cena dal ristorante indiano, la ritroviamo già in profondo sonno e quasi rimaniamo chiusi fuori. Prima del via, saluto e scambio qualche impressione sulla stagione appena trascorsa con molti personaggi conosciuti, per poi ritrovarmi all'inizio del breefing che non sono ancora pronto. Al via, anticipato di un'ora rispetto agli anni scorsi, sotto una fastidiosa pioggerellina, sento i primi mal di pancia. Forse il freddo, infatti ho dimenticato a casa i manicotti, oppure il cibo ingerito, non mi fanno stare bene per i primi chilometri. Che non sarebbe stata una gara comoda lo avevo già preventivato, ma almeno all'inizio speravo in qualche momento di relax, invece neanche il meteo è di conforto. Le suole delle scarpe non sono a posto e scivolano, l'intestino richiede soste extra nel bosco e allora mi tocca chiamare la moglie per farmi portare del materiale nuovo, un vantaggio nella gara che passa sotto casa, ma in altre gare lontane certi errori non li ho mai fatti. Col nuovo materiale e vicino ai miei terreni di allenamento, ho un piccolo momento dove mi sembra che tutto stia volgendo finalmente per il meglio. Helmut ci accompagna per un tratto lungo il Liesing e molti amici dei Freunde des Laufsports ci incitano sulla strada.
Invece nella Lobau, passata la metà della gara, vecchi dolori lasciano spazio a quelli nuovi con le gambe che non mi lasciano scampo costringendomi ad alternare la corsa alla camminata. Michele, però, non va molto meglio e così rimaniamo insieme, visto che entrambi andiamo a sprazzi. Forse è proprio in questi frangenti che l'esperienza gioca un po' a favore e senza perdere la testa, andiamo avanti aspettando momenti migliori.
Dopo tre edizioni, con molti test sul percorso in MTB senza segnali, la navigazione risulta invece ottima e rimane uno dei miei grandi vantaggi.  Anche in condizioni menomate di tanto in tanto si aggiunge la compagnia di qualcuno che vuole andare sul sicuro senza conoscere la strada.
Appena ne ho l'occasione, provo ad usare il ritmo che avevo lo scorso anno, ma sono fuochi di paglia. Arriva l'ultima discesa dal Bisamberg che mi distrugge gli ultimi pezzi funzionanti di muscolatura, ma ormai il traguardo non scappa più. Dopo 16h:39':39" tagliamo il traguardo nella palestra che ci ha ospitati nella notte precedente, e lo sforzo pagato si sfoga in grandi emozioni.
Prima di affrontare il check-up medico finale, ho bisogno di una lunga pausa da passare disteso in quanto non riesco a stare in piedi.
La classifica finale si trova qui.

Corsa sul Nase per la foto



domenica, ottobre 09, 2016

Verso Wien Rund Umadum: la corsa sul Kahlenberg

I miei piedi hanno visto tempi migliori 
Nell'attesa della mia ultima ultra stagionale a fine mese, il Wien Rundumadum ovvero il giro attorno a Vienna, come lo scorso anno mi sono iscritto alla corsa sul Kahlenberg, la montagna più famosa di Vienna.
Sono alla mia terza partecipazione, dopo il 2013 e il 2015. Quest'anno il terreno era in perfette condizioni, ma le mie gambe, o meglio i piedi, non ancora completamente ristabiliti dalle fatiche dell'Adamello, non erano all'altezza degli anni passati. Così anche questa volta ho avuto un peggioramento cronometrico di una cinquantina di secondi, terminando gli 8,3 km con 490 D+ in 36':52", per la 35-ma piazza. La classifica finale si trova qui.
A pochi metri dal traguardo
In discesa

sabato, ottobre 01, 2016

Adamello Ultra Trail 180, la mia gara


Cima Rovaia
Il racconto
Anche quest'anno, complice un fine settimana libero a disposizione, decido all'ultimo momento di prendere il via all'Adamello Ultra Trail 180, il percorso lungo. Rispetto all'Iron Trail, il team viennese è dimezzato e per la logistica decido di affidarmi al treno e macchina a noleggio per arrivare in tranquillità a Vezza D'Oglio. Alla partenza ritrovo volti già incontrati a Davos, come il team Tractalis che si occupa del live tracking e Jimmy Pellegrini, col quale scambio qualche battuta sui materiali in gara aspettando il via lanciato dal grande Silvano Gadin.
Partenza. Via puntuale alle nove in punto, con i bambini e ragazzi delle scuole tutti in fila a salutarci. Il meteo è bello, anche se c'è una certa umidità che spesso oscura il sole, rendendo la salita sulla Cima Rovaia molto confortevole. Non c'è la neve dello scorso anno, ma nel compenso vengo attaccato da un nuvolo di vespe da terra molto inferocite, una delle quali mi entra perfino nelle scarpe. Sulla Cima Rovaia, che lo scorso anno era stata tagliata, le nuvole rimangono sotto e il paesaggio è stupendo. In questi tratti iniziali il mio ritmo è tranquillo ed ho tutto il tempo per scambiare qualche impressione con l'olandese Willemijn, di sicuro un'atleta non di casa da queste parti, ma questo non le impedirà lo stesso di vincere la classifica femminile con un ottimo finale. Per quanto mi riguarda, la mia tattica di gara è abbastanza semplice, vale a dire andare tranquillo cercando di accorciare il più possibile il tempo passato ai ristori e rinunciare a dormire. Dopo il passaggio sull'anello delle bocchette, esprimo tutte le mie difficoltà nel cercare di mantenere la mia tattica al secondo ristoro, dove la parte più difficile risulta, vista la gentilezza dei volontari, quella di ripartire. Al primo cancello orario Bar de Pes arrivo intorno alle 17, con ottimo slancio. Qui mi ritrovo davanti ad un pezzo nuovo, la salita alla baita delle Graole con un sentiero tutto nuovo ed in perfette condizioni. Così, quest'anno, arrivo a Case di Viso da sopra, anziché da sotto. Questo paese è veramente pittoresco e dopo una breve sosta mi ritrovo a salire verso il rifugio Bozzi. È arrivato il momento di accendere la lampada e di fare conoscenza con un nuovo compagno di viaggio che è arrivato assieme al buio: la nebbia. La discesa verso la malga Cadì al passo del Tonale inizia con l'aggiunta di una fastidiosa pioggia. La nebbia a banchi è a tratti molto intensa e trovare le bandierine non sempre risulta così semplice, ma almeno non mi trovo su tratti esposti, ma sulla larga  pista da sci. Alla malga Cadì ritrovo il clima festoso dello scorso anno, così dopo un altro minestrone ed aver indossato di nuovo la giacca in gorotex, mi avvio verso la città morta, altra salita inedita. Sarà la salita lunghissima, saranno i tratti esposti, sarà la nebbia, ma questa ripida salita con altrettanta discesa mi lasciano il segno, marcando un grande divario tra i percorsi incontrati durante il giorno, che mi avevano illuso di come fosse tutto così semplice, e questi notturni. Al secondo passaggio al passo del Tonale, mi tocca indossare anche i pantaloni in gorotex in quanto ora piove a dirotto e i guanti bagnati mi congelano le mani.
Grazie al live tracking, quest'anno il ristoro di Vescasa è impossibile da saltare. Infatti le signore che hanno allestito un prelibato ristoro nel loro soggiorno, appena notano sul portatile che sta arrivando un corridore, escono per bloccarlo e guidarlo nella loro casa. Così dopo l'ennesima minestra, saluto e mi avvio verso la discesa.
Metà gara. Dopo una ripida discesa raggiungo Ponte di Legno, metà gara, verso le 6 del mattino. Qui decido di cambiare vestiti e scarpe, ma non di riposare, lasciando la base vita dopo pochi minuti.  Nella salita successiva, che sembra infinita, verso Bocchetta di Casola,  mi coglie una crisi di sonno in pieno giorno. Prima di arrivare all'agognato ristoro, devo passare diverse ore senza mangiare. Raggiungo poi Potagna più sotto e comincio ad incontrare i corridori della gara "corta", vale a dire l'ottanta. Al ristoro ho una fame da lupi e mi concedo una bella accoppiata pasta e birra. Il risultato è tutt'altro che buono e alla ripartenza ho una forte nausea con dolori allo stomaco. Anche il fatto di essere superato continuamente dai freschi corridori della gara corta non giova alla mia condizione, ma comunque riesco in qualche modo a raggiungere il rifugio Pornina, dove mi affido alle loro cure. Come lo scorso anno, questo non è il posto per ritirarsi e allora proseguo col mio ritmo lento verso il rifugio cascata, con lo stomaco di nuovo in ordine ma gambe svuotate. Anche qui c'è un nuovo tratto, la salita al Sant' Anna ha lasciato spazio alla salita verso il bivacco Festa sul passo Gallinera. Il paesaggio che mi trovo di fronte dopo il rifugio Aviolo è a dir poco incantevole, e qui mi concedo un bel bagno nell'acqua fredda del torrente per rassodare un po' i quadricipiti prima della salita finale del Gallinera. Dal bivacco al rifugio malga Stail c'è di mezzo una bella discesa tosta, che effettuo con la lampada di nuovo accesa. Alla malga l'addetto al controllo mi assicura che il peggio è passato, ma il mio umore non cambia, anche perché la picchiata verso Edolo è, come lo scorso anno, spacca quadricipiti e mi costa due ore secche.
A Edolo riesco a vivere gli ultimi minuti del sabato. Vorrei dormire un po', ma una volta notato che le brande sono fuori in piazza, riprendo subito il cammino verso la malga Mola. Ricordo lo scorso anno la grande fatica nell'affrontare questa ripida salita, ma questa volta non mi sembra così dura, nel compenso ho una sonno micidiale. Finalmente arrivo alla malga Mola e qui mi metto subito in branda, vorrei riposare un'ora, ma siccome dopo trenta minuti sono già sveglio, riparto col mio solito tran tran.
Tratto finale. In questi tratti penso allo scorso anno, al tratto dal lago del Mortirolo fino al traguardo, che sono riuscito a fare a tutta, ma visto lo stato delle mie gambe ora, quest'anno mi sembra proprio impossibile. Poi mi supera di slancio il numero 74 e qui accade qualcosa di strano. Mi viene voglia di provare a seguirlo e sorprendentemente i dolori che avevo camminando spariscono correndo. Da qui comincio a pregustare la discesa finale verso il traguardo, che effettivamente riesco a correre a tutta, dal lago del Mortirolo fino a Vezza, dove le prime luci del mattino mi danno una carica formidabile. Taglio il traguardo di Vezza con un grande sorriso dopo 47 ore e 16 minuti di gara, 29-emo, uno dei pochi che ha fatto meglio dello scorso anno, con un percorso decisamente più duro. Infatti, poco più della metà dei partenti è riuscita a terminare la gara. La classifica finale si trova qui. Il pranzo offerto al ristorante e la premiazione di tutti i finisher in piazza completano una giornata difficile da dimenticare.
Conclusioni. L'Adamello ultra trail 180 di quest'anno è stato sicuramente molto duro. Maltempo notturno ed un tracciato che diventa sempre più impegnativo con il passare delle ore, hanno fatto selezione. Per contro, la disponibilità degli organizzatori e dei volontari, nonché la bellezza dei posti, ne fanno una gara alla quale farò veramente fatica a rinunciarvi.

Ottimo torrente per una rifrescata prima del passo Gallinera
Case di Viso

Interno ristoro Case di Viso


martedì, settembre 20, 2016

Adamello AUT180, tutto pronto per Vezza D'Oglio

Fine settimana in cui tornerò a Vezza D'Oglio per la terza edizione dell'Adamello Ultra Trail con partenza venerdì 23 settembre alle ore 9. Il live della gara si troverà su http://www.adamelloultratrail.it/, con il mio arrivo previsto, se tutto andrà bene, alla domenica entro l'ora di pranzo, dopo 180km e 11500 di dislivello positivi di gara non-stop.

lunedì, settembre 12, 2016

Errori al T201

Aspettando di partire per Vezza D'Oglio, dove parteciperò all'Adamello Ultra Trail 180, vorrei elencare una serie di errori che ho fatto durante l'Iron Trail T201.

  1. Effetto quota. La pagina web del T201 consiglia un periodo di ambientamento di almeno cinque giorni. Visto che lo sponsor della gara era anche un hotel, ho pensato ad una trovata per incrementare i pernottamenti. Anche il libro di Hal Koerner, Field Guide To Ultrarunning a pagina 118 consiglia di arrivare solo un giorno prima piuttosto che tre o cinque. Risultato: fiatone, mal di testa fino a domenica, poi il mio corpo si è adattato e i sintomi sono spariti. Non avevo la possibilità di arrivare cinque giorni prima a Davos, ma almeno ora so che questo mi crea dei problemi almeno per quattro giorni.
  2. Scarpe. Ho corso con le scarpe Tecnica Inferno 3. Le stesse scarpe della Mozart 100 e l'Abbots Way. Il problema è che alla partenza avevano già un piccolo foro sulla tomaia. Al sabato in gara, però, dopo un venerdì piovoso, erano già voragini e le scarpe erano da buttare. Ma peggio ancora è stato per i piedi. In una gara come la T201, la tomaia deve essere perfetta, specialmente se piove. E magari un cambio di scarpe di scorta nella sacca vestiti non sarebbe stato male.
  3. Sacca vestiti. Non c'è di peggio che aprire la sacca vestiti al ristoro e trovare una canottiera inutile al posto di una maglietta. Un controllo extra di una sacca preparata da giorni non avrebbe guastato.
  4. Maglia a maniche lunghe 'effetto cool'. Ho una maglia a maniche lunghe con effetto cool, il quale proviene dalla velocità di corsa. Buono quando corro in strada, inesistente quando mi trascino in salita sotto il sole di mezzogiorno. Anzi, scalda. Al T201 in quota, dove il vento era molto forte, l'effetto cool era talmente forte che ho dovuto indossare un'altra giacca. I manicotti, invece, li ho abbassati in salita e tirati su, col vento in cima in un attimo, senza andare a tirare dentro e fuori la giacca dallo zaino.  
  5. Guanti. Sono partito con i guanti da ciclista e non ho avuto problemi fino a mezzogiorno, quando la temperatura si è abbassata di colpo. I bastoni in carbonio sono diventati dei ghiaccioli e le dita scoperte hanno cominciato a congelarsi. In teoria bastava fermarsi, togliere lo zaino e cambiare i guanti, magari riponendo i bastoni. Operazione che mi è sembrata impossibile sotto l'acqua, vento e zaino sotto la giacca impermeabile senza nessun riparo in vista. I guanti, invece, dovevano essere in un posto facilmente raggiungibile.  
Una lista sicuramente da non ripetere.

domenica, settembre 04, 2016

Corsa sulla Rax e Adamello

Passaggio spettacolare al Torl
Sabato ho scorso sono tornato sulla montagna Rax per l'annuale corsa, quest'anno con l'opzione di scegliere diversi percorsi. Ho scelto la novità del tragitto denominato Extreme da 15km e 1400D+, anche per provare del materiale nuovo in gara. La corsa non è andata secondo le mie aspettative e mi sono trovato inchiodato anche in tratti dove la corsa in salita era più che fattibile. Col tempo di 2h:20' mi sono garantito l'11-ema posizione di categoria, in passato ho fatto decisamente meglio. La classifica finale si trova qui.

La gara sulla Rax è stato l'ultimo test che mi ha dato il via libera definitivo per iscrivermi, per la seconda volta consecutiva, all'Adamello Ultra Trail 180 con partenza e arrivo a Vezza D'Oglio il prossimo 23 settembre.

mercoledì, agosto 17, 2016

Finisher Iron Trail T201

Ultimi 5km
Hier auf Deutsch

Portata a termine anche questa fatica da 200km e 11500 metri di dislivello positivi. Con un tempo finale di 56h:55':29" ho conquistato il 38-emo posto della categoria uomini su 155 partenti.

Prologo
Giovedì 4 agosto parto da Vienna col treno assieme a Michele alla volta di Davos, Svizzera, dove venerdì 5 agosto partiremo alle quattro del mattino per la gara non-stop lungo le Alpi Engadine denominata Iron Trail 201. La giornata è splendida ma una volta arrivato a Davos sento già i primi sintomi di malessere. Al ritiro pettorale c'è così tanta fila, che approfittiamo per una visita allo Schatzalp, il complesso alberghiero che ha ispirato il romanzo di Thomas Mann "La montagna incantata" e l'ultimo film di Paolo Sorrentino "Youth". Se un centinaio d'anni fa la borghesia veniva in questi luoghi da ogni dove per stare immobile sdraiata sul balcone, ora ci viene solo per non stare ferma.
Una volta ritirato il pettorale, sacche, tracker-gps per il live della gara e salutato Jimmy Pellegrini, serio candidato alla vittoria finale, dopo una cena frugale ci mettiamo a letto con la sveglia puntata sull'orario indecente delle due di notte.

La partenza
Venerdì mattina prima della partenza il meteo è stato di parola e piove a dirotto. Non fa freddo, ma ci vogliono pantaloni e giacca in gorotex. Un tizio si presenta in pantaloni corti e maglietta, ma non ha la faccia di andare molto lontano. Il via alle quattro in punto dopo un canto propiziatorio. Una partenza che non ho mai visto, con i corridori che invece di stare sulla linea di partenza, che rimane deserta, stanno al riparo sotto qualche tettoia. Anche la prima classificata Andrea Huser, già in questo frangente regala ben ventisette secondi sul suo tempo finale, prima di decidersi a partire. Mi aspettavo un breefing pregara con le solite romanzine dell'organizzazione, con eventuali tagli o variazioni a causa del meteo, invece nulla. Ma si, meglio il silenzio. Gli iscritti erano più di duecento, ma il maltempo ha fatto le sue vittime già prima di partire e una quarantina hanno preferito lasciar passare il piovoso venerdì, presentandosi solo al sabato al via della T121. Alla partenza di questa T201 siamo così in 155, inclusi qualche gruppo proveniente dalla Corea, Giappone e Cina.

195km all'arrivo
I primi chilometri li corro in sofferenza ed anche se le pendenze sono basse su strade molto facili, ho già un bel fiatone. Il primo cartello che incontro porta il numero 195, che rappresenta i chilometri che ho ancora da percorrere. Sono tre cifre, allora mi concentro più su quelli percorsi, sei chilometri direi facili.

A Bergün
Dopo quattordici chilometri e la prima uscita a duemila metri incontro fotografo e il primo ristoro. È ancora un po' buio, ma la pioggia è calata sensibilmente. Dopo un breve ristoro, con Michele ci avviamo al primo passo di giornata, il passo Scaletta a quota 2606. Doveva esserci la neve, invece ci sono solo nuvole, la via è abbastanza semplice mentre la vista è un po' limitata dalla foschia. È un ambiente fatto solo di prati, laghetti e sassi al quale non sono abituato.  Dopo un lungo traverso arrivo al secondo ristoro in quota, non ho molto caldo, ma un bel brodo mi rimette in sesto per la lunga discesa verso Bergün. In questi tratti vedo gli addetti della protezione civile che presidiano punti dove l'acqua potrebbe causare delle frane. A Bergün abbiamo messo 38km alle spalle e il morale è ottimo.

Verso Samedan
Dai 1366 metri di Bergün riprendo piano piano a salire. Sotto la ferrovia, in mezzo a splendide cascate, ma la pioggia non molla mai un secondo. Nel gazebo di Naz ci aspetta la prima pasta di giornata. Una volta saliti fino a lasciare la vegetazione ad alto fusto, avviene, come da previsioni meteo, un forte calo della temperatura. Il vento è forte e i miei bastoni in carbonio diventano così freddi che coi guanti da ciclista a dita scoperte non riesco più a tenerli in mano. Non voglio fermarmi a cambiare i guanti, in quanto devo fermarmi, togliermi la giacca, zaino e cercarli, così faccio prima ad infilare i bastoni sotto la giacca.
Per non prendere troppo freddo vado su a razzo con qualche bel guado, correre nel torrente è sempre una gioia. Finalmente arriva la discesa, una piccola serpentina incastonata nella parete verticale esposta al forte vento, con neve e pioggia ghiacciata. Una volta sceso al ristoro di Spinas a 1819 metri, ho tempo per un brodo caldo e finalmente il cambio di guanti. Prima di raggiungere la base vita di Samedan, col primo cambio dei vestiti, c'è ancora da scalare il passo di Margunin a 2426 metri. Una salita che mi mette in grosse difficoltà con la quota che mi mette addosso un gran fiatone. La discesa verso Samedan è così fangosa che mi ricorda quella del Trail del Salame e così, senza mai cadere veramente, riesco a recuperare il terreno perso in salita. A Samedan non sono ancora le 18 e, oltre al cambio vestiti per la notte, m'informo sull'andamento della gara. Jimmy è già a Maloja, in testa, quaranta chilometri più avanti.

Pontresina
All'uscita del punto vita, non ho delle buone sensazioni. Sono vestito troppo coperto e in salita arranco. Quindi via la giacca, via le braghe lunghe e salgo meglio. Poi con la quota il vento aumenta e via che devo rimettere la giacca e poi le braghe. Approccio la salita al Segantini che non è ancora buio, nel compenso nei pressi dei 2731 metri del passo comincia a nevicare forte, con le raffiche di vento che la rendono quasi orizzontale. Qui, nei pressi di un rifugio chiuso dall'aria fantasmatica, indosso guanti in gorotex e lampada. All'inizio della bella discesa saluto un simpatico camminatore che va in  senso inverso al mio, trovando anche il tempo per darmi qualche consiglio sulla discesa verso Pontresina. In discesa il meteo migliora decisamente, riesco a riagganciare Michele così da entrare assieme nel bel ristoro. Qui decido di provare un piccolo sonno da 20 minuti, in quanto ho l'impressione che nel prossimo punto dove potrò dormire sarà di nuovo giorno. Sopratutto c'è in mezzo il Fuorcla Surlej a 2755 metri, il punto più alto della gara, da passare in piena notte fredda.

Dove sei Maloja
L'avvicinamento alla salita è lungo una forestale in leggera salita, sarebbe da correre, ma non ci riesco. Quando comincia la salita vera e propria, ritrovo i soliti problemi di respirazione. In ogni modo riesco a tenere un ritmo costante e una buona navigazione. Al contrario di altri corridori, non ho nessun appunto da fare sulla tracciatura del percorso di ben 200 chilometri, dove non ricordo di aver mai sbagliato strada e solo in  un tratto ho acceso il gps per sicurezza. Al ristoro di Station Murtèl vedo delle facce molto tirate. Al giro di boa di Maloja manca solo una lunga discesa e un tratto pianeggiante, almeno è quello che indica il profilo della mappa. Invece la discesa è tutt'altro che bella, piena di sassi, a volte stretta, a volte in salita e piena d'insidie, sopratutto a livello di navigazione. Una volta raggiunto il lago, che è da percorrere in tutta la sua lunghezza prima di arrivare a Maloja, il morale è sotto i tacchi, anche perché si è fatto giorno. In ogni modo, da qui in avanti, i cartelli dei chilometri mancanti saranno a due cifre anziché tre. A Maloja, dopo aver trovato due materassini liberi, ci concediamo un'ora di sonno nella palestra.

Secondo giorno
Al risveglio il mio umore è nerissimo, però dopo la colazione riesco a riprendere la via con Michele, che al contrario sembra rinvigorito dalla pausa. L'organizzatore prevedeva che si poteva abbandonare la gara a Maloja, o più avanti a Savognin, venendo lo stesso classificati in una speciale graduatoria ed ottenere punti UMTB. Nel risultato finale, però, vedo solo dei DNF e nessuna classifica speciale.
In ogni modo, per quanto mi riguarda, l'abbandono a Maloja non lo considero in quanto non mi fa male nulla, poi, nella giornata di sabato non saprei dove andare e per i punti sono già a posto con quelli che danno coi panini del Subway. Quindi avanti sulla salita dell'ennesimo passo a quasi duemila e sette, il passo Lunghin a 2645. Il cielo è ora blu, il sole è splendido e la temperatura è fresca. In questo frangente Michele decide di cambiare ritmo in salita, ne ha abbastanza del mio ritmo da malato di tubercolosi e parte di gran lena per la seconda metà del percorso.
Raggiungo in solitaria il passo senza grossi problemi, però l'altra parte del passo è decisamente diversa. È una parte immersa nella neve e nella nebbia. Mi tocca rivestirmi e stare molto attento a non scivolare, però almeno la via da seguire è, lungo i calpestii, molto semplice. La discesa verso il ristoro di Bivio è facile e corribile e all'ingresso del ristoro saluto per l'ultima volta Michele, che riparte mentre entro. Lo rivedrò solo al traguardo già fresco di doccia e medagliato.

Fango e scarpe rotte
Al ristoro di Bivio me la prendo comoda e seguo la testa della corsa sul maxi-schermo assieme al gruppo dei gestori del ristoro. Jimmy si è appena fatto superare negli ultimi chilometri finali dalla prima delle donne, la svizzera Andrea Huser e, contrariamente da quanto mi aspettavo, Jimmy non riesce a recuperare in discesa. Durante il massaggio post gara, Jimmy mi rivelerà che è stato un dolore tibiale a rallentarlo in discesa, mentre andava molto forte in salita.
La mia gara, invece,  riprende con nuovi problemi. Le scarpe che alla partenza presentavano un piccolo foro nella tomaia, ora hanno una voragine lasciando entrare di tutto e di più. Anche nella maglietta ho fatto un errore di scelta. La maglia lunga effetto cool, col mio ritmo lento in salita scalda troppo, mentre in cima le raffiche di vento hanno effetto congelante e mi tocca indossare la giacca anche se c'è il sole. Anche se il tempo è ormai bello, il terreno dopo la pioggia di ieri è fangoso e pieno d'acqua e spesso mi ritrovo a lavare scarpe e piedi sollecitandone troppo la pelle. Dietro di me le cose non sembrano girare al meglio e l'elicottero deve compiere un'evacuazione in alta montagna. Mi mancano 85 chilometri al traguardo e una famiglia in passeggiata, con tanto di bambini, mi stacca in salita verso Alp flix. In questo paese, una famiglia seguendo il live al computer mi aspetta davanti a casa nella discesa verso Savognin. Padre e figlio scendono in strada e mi accompagnano per qualche minuto incitandomi a non mollare fino a Davos. Molto emozionante e prometto loro di arrivare fino in fondo.

Da Savognin a Lantsch
Raggiungo Savognin di gran ritmo dopo aver iniziato a superare qualche concorrente. Doccia, cambio vestiti, merenda e pulizia scarpe mi costano molto tempo, ma una volta lasciato Savognin devo tirare dritto fino a Davos. Mi informo sui cancelli orari che mi rimangono, Lantsch è alle 3 di notte, Arosa alle 13:15, Davos alle 20. Lascio Savognin intorno alle 19. Qui il percorso è completamente differente da quello che ho incontrato fino ad ora, quote intorno ai mille metri e strade molto ben tenute e scorrevoli. Però i miei piedi mi fanno sempre più male e faccio fatica a correre. Qui incontro di nuovo il camminatore che avevo incrociato ieri, stessa ora, nella discesa verso Pontresina. Ci scambiano qualche impressione e mi rivela che quest'anno non poteva essere in gara, ma ha voluto lo stesso salutare i concorrenti prima della notte.
Arrivato a Lantsch chiedo l'intervento del medico per vedere se riesce a rimettermi i piedi in sesto. Piedi che sono rimasti in umido troppo a lungo e si sono screpolati. Il dottore mi attacca dei pad di gomma che danno sollievo. Dopodiché mi metto a letto e mi lascio svegliare dopo 45 minuti. Il risveglio è surreale e mi ci vuole un po' a capire dove mi trovo e cosa stia facendo. Dopo un buon ristoro lascio Lantsch all'una di notte.

Il secondo giorno volge al termine
Il dottore mi ha consigliato di camminare con calma, invece, grazie ai suoi pad, vado alla grande ed ho ripreso a correre anche nei tratti di leggera salita. A Lenzerheide il percorso si fa decisamente difficile e dopo un lungo traverso raggiungo il ristoro di Scharmoin. Ma dov'è il ristoro? Semplice, per l'acqua ci sono le fontane, cibo non è previsto e un distributore di bibite regala bevande a chi riesce a trovarlo. Un corridore della T91 che si sta ritirando mi spiega la situazione. Così, sempre in solitaria, riparto verso il prossimo ristoro a 2511 metri lungo una ripida pista da sci. Ancora una volta la quota mi mette alle corde, ma la vista del passo all'alba è grandiosa. Al ristoro prendo tutto il tempo necessario per continuare senza dover più usare la lampada. Inizia il terzo giorno di gara.

Verso Arosa
Prima di arrivare ad Arosa, devo salire sul Weisshorn, tanto per cambiare a 2653 metri. Però il nuovo giorno ha portato delle novità, infatti in salita non ho più il fiatone. Finalmente dopo quattro giorni di pena, il mio fisico sembra si sia adattato alla quota. In salita il passo è ora ottimo e anzi mi dico di stare calmo e non strafare in quanto la gara è ancora molto lunga. In cima, a quest'ora, la vista è a dir poco grandiosa. La picchiata verso Arosa è fantastica e dopo una sosta di qualche minuto, riparto per Davos che non sono ancora le nove e i cancelli orari sono solo un lontano ricordo.

Verso il traguardo di Davos
Da Arosa a Davos mancano solo 18km, meno di una mezza maratona e se uno vuol fare un bell'errore, magari può pensare che in due ore una distanza simile la si fa tranquillamente.
Invece è un continuo saliscendi sui duemila metri e prima di arrivare ai 1568 metri di Davos, bisogna passare sul passo Strela a 2347 metri, con in mezzo un paio di passi intorno ai 2000 metri. In questi chilometri finali trovo ottime sensazioni, supero numerosi corridori che gareggiano in distanze inferiori, in salita non mollo e in discesa vado senza badare a perdite. Infatti non sono molti che hanno segnato un tempo inferiore alle 4h:14' nel tratto Arosa-Davos. Il passaggio al ristorante dello Schatzalp, a tre chilometri dal traguardo, è spettacolare, dove tutti gli avventori applaudono festanti. È una discesa splendida e quando arriva il momento di tagliare il traguardo è una grande emozione.

Per concludere
"Was für ein Lauf", è questo il primo commento che dico all'organizzatore al traguardo. Lui ride e mi risponde in italiano: "Tutti matti".
Duecento chilometri, 11500 metri di dislivello positivi, quasi 57 ore di gara non-stop, sono numeri che non mi lasciano per nulla indifferente. Anche se i piedi non mi entrano più nelle scarpe e solo ora mi fanno un male micidiale, è un orgoglio far parte di quei 64 finisher su 155 che hanno avuto la voglia di provarci. Nonostante l'acqua, il vento, la neve, l'effetto quota, il sole cocente, le scarpe distrutte e abbigliamento a volte sbagliato, tagliare il traguardo in questo modo è un'esperienza indimenticabile.

La classifica finale si trova qui.

Primo ristoro venerdì notte
Piove in riva al laghetto

Samedan, primo giorno pomeriggio
Discesa finale
Schatzalp e Davos sullo sfondo
Al traguardo di Davos, domenica